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L'esperienza di Cesare Moreno, maestro di periferia, a Napoli - COME
NON CACCIARE DA SCUOLA I “PEGGIORI” Lontano il tempo della mensa dei bambini proletari. Una storia di oltre trent'anni fa che oggi pochi sono disposti a ricordare. Cesare Moreno è uno di quelli che ricorda, ma senza rimpianti. La memoria gli serve come moneta da spendersi oggi, nel suo lavoro, sempre con i bambini e di nuovo con una grammatica che pochi conoscono. Inesorabilmente sempre dentro la scuola. Siamo a San Giovanni a Teduccio, dove nessun insegnate napoletano va volentieri. Dove ci finiva chi aveva il punteggio basso e nessun'altra chance. Moreno il punteggio l'aveva alto e una Chance se l'è costruita caparbiamente. Si chiama così un progetto di “recupero” dei ragazzi che a scuola non ci vanno più, non ci vogliono andare e non sanno cosa farsene, dell'istruzione, essendo già molto istruiti su quel che gli serve nel quartiere e nella vita che, con ogni probabilità, per loro è già scritta. Moreno a scuola ce li ha riportati, in un modo che forse per ora è solo una burrascosa navigazione, ma potrebbe diventare molto di più. Dice Moreno: “Che nesso c'è tra le vite di questi ragazzi, i loro sentimenti, e l'apprendere? E’ questa la domanda giusta, e la sola risposta che ho trovato è che, per insegnare, bisogna partire dal luogo in cui il ragazzo sta con il cuore e con la mente. il ragazzo con il cuore e con la mente non sta a pagina 27 del libro di testo ma sta al numero civico 325, dove ha lasciato una situazione spesso difficile e brutta. Ecco, bisogna partire da lì. Poi riuscirai anche a parlare di Dante o di Leopardi e lui ti capirà. Viceversa, puoi anche parlare della cosiddetta attualità, come fanno tanti bravi insegnanti di sinistra, e ai ragazzi non gliene importerà nulla perché non stai parlando della loro attualità”. Il progetto Chance rappresenta questo percorso e, per Moreno, è una sfida: far diventare metodo ciò che fino a oggi è stata una caratteristica personale. Con al primo posto un imperativo: non perdere nessuno dei suoi alunni. “Ho fatto dell'obiettivo di tenere tutti in classe un obiettivo della classe. Una volta, un certo Esposito voleva lasciare in quinta elementare e sua madre era d'accordo. Così, approfittando di un litigio con un compagno di classe, la madre lo ha ritirato da scuola. Io non sapevo che pesci prendere, per convincerla. Altre volte ero andato dall'assistente sociale, ma questa volta il problema era diverso, bisognava ristabilire un legame che si era rotto. La soluzione l'ho trovata con i ragazzi, che hanno deciso di scrivere, ciascuno, una lettera alla madre di Maurizio per chiederle di rimandargli il loro compagno e la cosa più bella è che ognuno ha trovato un proprio motivo. Così un giorno la madre è entrata in classe con le lettere in mano e ha detto solo: Maurizio è tornato. Li ho imparato una cosa importante: la restituzione dell'immagine. Questa signora per la prima volta ha visto il suo Maurizio come non lo aveva mai visto. Ecco perché fotografiamo i ragazzi, per restituirgli la loro immagine. Vedi, questa ragazza con il bambino in braccio? Tutti i lunedì viene a scuola con il nipotino perché i genitori e la zia vanno al colloquio dei carcerati, a trovare il padre del bambino”. Cos'è che fa sì che i ragazzi rimangano a scuola? “Per me è la comunità, l'appartenenza a un gruppo con cui siamo in contatto. Se io appartengo a una piccola cerchia, appartengo anche all'intera umanità. Qualcuno dice che in questo c'è un rischio di localismo. “Non credo. Le città sono luoghi in cui c'è segregazione sociale. Le comunità, invece, sono basate sui sentimenti. Certo, i sentimenti sono tendenzialmente pericolosi perché non controllabili. Sono basati sull'economia del dono, non sullo scambio. E sono brutte bestie perché c'è anche la rabbia, la vendetta, la violenza e c'è il rischio che i sentimenti si scatenino. Però la soluzione non può essere una razionalità chiusa ai sentimenti ma una razionalità che sa farci i conti”. Tempo fa San Giovanni a Teduccio è stato sconvolto da una “tempesta” il giorno dopo, a scuola, Cesare Moreno ha letto la lirica di Leopardi, “La quiete dopo la tempesta”. Si è creato un gran silenzio, nella classe, tutti ascoltavano. “La scuola ha molto più il ruolo di mediazione culturale che non quello di trasmissione culturale. Mediazione culturale vuol dire uso della cultura per creare comunicazione tra persone, esperienze, sentimenti diversi. “La quiete dopo la tempesta” è il punto in cui la mia cultura s'incontra con la cultura di quei bambini che avevano preso uno spavento. Per loro, in quel momento, Leopardi era un 'povero giovane' a cui era 'successo un guaio'. Proprio come la loro tempesta. Quella poesia, in quel momento, è stato l'incontro tra la mia storia, la mia cultura, perfino la cultura universale e la loro vita”. Questo funziona però, avverte Moreno, solo con la cultura alta mentre spesso ai libri di testo reagiscono con un “ma ch'è 'sta scemità? ”. Dunque, l'insegnante non è quello che trasmette conoscenze, non quello che istruisce e neppure l'educatore. Ma ci sono gli insegnanti capaci di fare comunità? “Il collo stretto della bottiglia è alle medie: i ragazzi sono nella fase più difficile dell'adolescenza, che fa a cazzotti con le regole della scuola. E gli insegnanti non sono in grado di affrontare questa complessità. Ecco perché due anni fa abbiamo costruito un progetto, con Marco Rossi Doria e Angela Villani, per i ragazzi incompatibili con la scuola. L’infemo visto da lontano è peggiore. Se tu vivi nella comunità, anche una serie di tendenze negative diventano meno difficili. Parlo di una cultura comunitaria viva, non morta, di una pratica sociale, non di un astratto principio ideologico. Guido Armellini, professore di un istituto tecnico di Bologna, fa un illuminante esempio: Vasco Rossi e Rimbaud. Per me, dice Armellini, viene prima Rimbaud, per i giovani viene prima Vasco Rossi. Quando i ragazzi hanno letto Rimbaud hanno detto: ' come Vasco Rossi'. Invece è il contrario. Però Vasco Rossi appartiene alla loro cultura, ed è da lì che devi partire, devi essere pronto ad accettare un altro punto di vista. Ecco perché l'insegnante non deve essere uno specialista dei contenuti, ma dell'apprendimento. Io non rinuncio alla mia cultura ma la misuro con la tua realtà”. E come si diventa specialisti dell'apprendimento? “Noi partiamo da una nostra postazione base, per poi fare incursioni e andando a prendere i saperi dove si trovano. Ad esempio, la lezione di orafo la facciamo in parte in una scuola e in parte in una bottega, ma andandoci assieme. lo penso che sia molto più utile non apprendere le discipline ma apprendere dalle discipline”. Sembra tutto abbastanza semplice, ma non lo è. Vero? “Il nostro è un mestiere difficile perché è impossibile definirlo. Noi portiamo i ragazzi dall'allenatore di calcio e questo ci dice che siccome non fa lo psicologo né l'assistente sociale, quei mascalzoni non ce li vuole. Li portiamo a un corso professionale e l'insegnante ci dice che lui sta lì per insegnare il restauro legno e non fa l'assistente sociale. Li portiamo perfino dall'assistente sociale e quella dice che non fa la psicologa. Sono stati cacciati dalla scuola, dal meccanico, dall'allenatore di calcio, dall'istruttore professionale, perfino dal catechismo. Insomma, nessuno può occuparsi di loro perché tutti devono occuparsi dell'educazione con la E maiuscola”. Così come l'hai descritta, non so se la tua esperienza andrà a genio a molti. “I sistemi che apprendono sono sistemi che crescono. Se per esempio cade un aereo, c'è l'inchiesta della magistratura ma c'è anche l'inchiesta dei piloti, che vogliono capire perché è caduto. Invece quando cade un ragazzo, non gliene importa niente a nessuno. La scuola è capace di monitorare se stessa, non per darsi il voto ma per capire se sta facendo disastri? Sto per proporre un corso di formazione a cui invece di iscriversi singolarmente ci si deve iscrivere a squadre. La squadra è come quella di calcio, in cui uno fa il portiere, un altro l'attaccante e poi insieme cerchiamo di fare goal. Più è diversa la squadra meglio è, ma deve essere una squadra. Non vale che io spiego a qualcun altro come si fa, lo devo fare con lui. Ci debbono essere le condizioni per cui la squadra possa conoscersi, poi dobbiamo fare un percorso formativo insieme, cioè seguire un corso in cui ci addestriamo”. Forse ci vorrà molto tempo, forse non ci riuscirete mai. “La prima volta che ho sentito parlare di maestri di strada è stato alla fine degli anni 70 dall'Unicef. Nel '94 Marco Rossi Doria ha cominciato nei Quartieri Spagnoli. A Milano c'è il Centro di educazione permanente che fa il recupero dei drop out da almeno vent'anni con educatori comunali. A Torino c'è il progetto “Provaci ancora Sam”: è un gruppo di volontari che si occupa di recupero e lavora in appoggio alle scuole. A Roma c'è l'associazione “Professori di borgata”. E c'è il nostro progetto Chance, che si lega con i maestri di strada di Marco Rossi Doria. Esperienze nate indipendentemente l'una dall'altra, ma che ora si stanno conoscendo e riconoscendo. Partendo da piccole esperienze si può andare lontano e ora stiamo lavorando a un progetto nazionale in grado di dar luogo a una infinità di progetti personalizzati. insomma, se la scuola è di tutti, deve essere di ciascuno, Penso una cosa che a dirla sembra folle: è possibile costruire una scuola su misura per ciascuno dei dieci milioni di studenti italiani”. |
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